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28-09-2019 Brexit e trasferte dei lavoratori dipendenti – Seconda parte

Nel precedente articolo abbiamo sottolineato l’incertezza nella quale sono costrette ad operare le imprese che scambiano servizi con il regno Unito. Vedremo oggi alcune delle difficoltà concrete che potremo incontrare dopo il 31/10/2019. Sappiamo che l’effettuazione delle trasferte in ambito UE richiede lo svolgimento di pratiche amministrative a volte complesse e la nomina di rappresentanti e referenti. Paradossalmente, il Regno Unito è una delle nazioni che ha recepito la direttiva sulle trasferte nel modo meno rigido. Salvo che per il settore edile e per attività da svolgere in particolari contesti, non è prevista alcuna formalità amministrativa, se non la richiesta del modello A1, oltre ovviamente al rispetto delle norme vigenti nel paese. Che cosa succederà dal 1 novembre 2019? Le prime difficoltà riguarderanno proprio l’ingresso dei lavoratori nel Regno Unito partendo dai seguenti elementi: Passaporto, che dovrà avere validità residua di almeno 6 mesi al momento dell’ingresso in UK. Raccomandiamo a chi non l’avesse o a chi avesse una durata residua insufficiente di richiederlo per tempo. Visto per lavoro: per chi si recherà nel Regno Unito a lavorare (work) sarà certamente necessaria la richiesta di un visto di lavoro, con tempi e costi ad oggi imprevedibili. Visto per affari: il 10 aprile 2019 è stato approvato il regolamento (UE) 2019/592, che ha incluso i cittadini del Regno Unito post-Brexit tra i soggetti esentati dal visto, per viaggi d’affari di durata non superiore a 90 giorni nel semestre. In buona sostanza, il legislatore della UE si è preoccupato di agevolare l’ingresso nell’Unione ai cittadini UK dopo il 31/10/2019 prevedendo però che tale agevolazione sarà valida purché il Regno Unito non introduca l’obbligo di visto per i cittadini UE. La necessità del controllo dei passaporti potrebbe portare con il tempo anche a difficoltà di ingresso nel paese, soprattutto se sul passaporto risultano visti di ingresso o permanenze prolungate in nazioni che il Regno Unito considera “ostili”. Si spera nella reciprocità Attualmente il regolamento è pubblicato con “data di entrata in vigore sconosciuta”: si auspica che il Regno Unito post Brexit possa operare in una logica di reciprocità esportazione attrezzature e materiali: il dipendente in trasferta dovrà “far dogana” e quindi dichiarare qualsiasi bene porti al seguito. Non sappiamo quali regole si applicheranno, se ci saranno esenzioni e franchigie: la prudenza impone di spedire separatamente ed anticipatamente tutti i beni necessari all’esecuzione del servizio ed assicurarsi che siano arrivati sul posto prima di inviarvi il lavoratoreRicordiamo che TradeCube, insieme al suo partner AEG Corporation, gruppo internazionale con sede nel Regno Unito, può garantire un contatto diretto sul posto in grado di aiutarvi efficacemente ad affrontare ogni problema e criticità.

27-09-2019 Brexit e trasferte dei lavoratori dipendenti – Prima parte

La confusione sul tema Brexit, in particolare con lo scenario no deal che si avvicina, è sempre più generalizzata, eppure, comunque vada, tante aziende sono ben consapevoli che i propri dipendenti dovranno effettuare delle trasferte in UK anche dopo il 31/10/2019. Molte aziende italiane hanno installato impianti e macchinari ad elevata tecnologia di loro produzione in UK garantendone la manutenzione e riparazione e sanno che dovranno intervenire su base regolare oppure con scarsissimo preavviso in caso di emergenza.  Che ne sarà di assistenze e garanzie? Sappiamo benissimo che non essere in grado di effettuare un intervento in garanzia tempestivo o una riparazione nei tempi concordati può avere conseguenze molto pesanti. Alcune imprese si stanno strutturando da tempo per affrontare il problema, che è molto più sentito dalla PMI perché spesso non ha la possibilità né la convenienza ad attivare una rete di assistenza in loco. Gli imprenditori più attenti si stanno organizzando per offrire sempre maggiori servizi in teleassistenza e per costruire una rete di contatti sul posto ai quali subappaltare gli interventi. Nonostante ciò, in caso di Hard Brexit, o Brexit no deal, il problema dei dipendenti da inviare nel Regno Unito si presenterà per tutti: attualmente l’area di libera circolazione di persone e beni include il Regno Unito, questo significa che le persone si spostano e lavorano senza necessità di visto, passaporto, controlli alla frontiera, e possono portare con sé senza formalità gli attrezzi di lavoro, i ricambi, il campionario e qualsiasi altro bene, funzionale o meno al servizio da prestare. Le criticità interessano quindi sia lo spostamento delle persone che dei beni collegati alla trasferta. Il problema riguarda anche l’impresa italiana che fruisce di servizi prestati da lavoratori del Regno Unito, che si troveranno di fronte a problematiche analoghe e potrebbero non essere in grado di fornire servizi e beni con la consueta efficienza e tempestività. La checklist della Commissione Europea appena aggiornata, al punto 2 contempla proprio questi casi. https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/brexit-preparedness-communications-checklist_v3_en_0.pdf TRADECUBE, con il partner AEG Corporation http://www.aeg-corporation.co.uk/,vi può garantire un contatto diretto sul posto in grado di aiutarvi efficacemente ad affrontare ogni problema e criticità.

27-08-2019 La dichiarazione di origine preferenziale UE

Anche se non siamo esportatori, i nostri clienti ci possono richiedere la compilazione di una dichiarazione di origine preferenziale UE. La nostra dichiarazione, per la quale il firmatario è responsabile anche penalmente, verrà utilizzata dal nostro cliente per supportare la dichiarazione che renderà in dogana o per rilasciare analoga dichiarazione al suo cliente esportatore. E’ per questa ragione che tutte le imprese possono ricevere la richiesta di una dichiarazione d’origine preferenziale,  anche se non hanno mai esportato i loro prodotti. Una leva per l’esportatore Se i prodotti esportati sono accompagnati da una dichiarazione d’origine preferenziale, l’importatore pagherà un dazio calmierato oppure ne sarà del tutto esentato: è evidente come la documentazione che attesta l’origine non solo ha un’importanza fondamentale a livello amministrativo/fiscale, ma costituisce una formidabile leva commerciale per l’esportatore. Cosa fare in questo caso? Abbiamo detto che chi firma è responsabile penalmente, quindi il processo può essere sintetizzato in tre fasi: Individuare la nazione/le nazioni di destinazione capire se il prodotto è effettivamente originario dell’Unione Europea documentare accuratamente le condizioni che attribuiscono l’origine rilasciare la dichiarazione al cliente su modello pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale UE L’origine non è la provenienza e non è detto che un prodotto fabbricato interamente in Italia o in Europa abbia l’origine preferenziale UE: ogni nazione o accordo bilaterale ha una sua regola e le regole sono differenziate in funzione del prodotto. Vediamo l’esempio di un’analisi che abbiamo effettuato per un’azienda del settore tessile: individuare destinazione finale – nel caso in esame si trattava della Sud Corea  attribuire voce doganale – nel caso in esame 6201 (giacca a vento) individuare l’accordo bilaterale vigente verificare la regola in corrispondenza della voce doganale sull’accordo bilaterale; la regola in questione prevede varie possibilità alternative, ponendo delle condizioni legate all’incidenza del valore dei componenti utilizzati ed al luogo di svolgimento delle fasi del processo produttivo coordinare la regola con le note richiamate e le eccezioni elaborare una scheda costruttiva (distinta base) del capo che evidenzi sia i materiali utilizzati sia le lavorazioni effettuate sugli stessi tracciare l’origine dei singoli componenti (tessuto, bottoni, cerniere, imbottitura) ed il luogo nel quale sono state effettuate eventuali lavorazioni (coloratura, spalmatura, ricamo, finissaggio, ecc.ecc.) acquisire/verificare  le dichiarazioni di origine preferenziale dei fornitori, che devono essere redatte conformemente alla Gazzetta Ufficiale UE determinare, in base ai dati acquisiti ed ai parametri previsti dall’accordo, se il capo può effettivamente essere dichiarato di origine preferenziale UE E’ stato un po’ complesso, ma abbiamo ricostruito e documentato accuratamente l’origine preferenziale UE, quindi il cliente Coreano non pagherà NULLA di dazio. Se invece non fossimo stati in grado di documentare correttamente l’origine il cliente coreano avrebbe pagato il 13% di dazio, vale a dire che il suo costo sarebbe stato  maggiorato del 13% rispetto al nostro prezzo di vendita. E’ di tutta evidenza che la necessità di una dichiarazione di origine preferenziale deve essere chiarita e concordata PRIMA di mettere in produzione il capo…

23-07-2019 IMPUGNABILITÀ DELLA CONCILIAZIONE FIRMATA IN SEDE SINDACALE

La Cassazione con l’ordinanza 1.4.2019 n. 9006 ha affermato che le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del lavoratore previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura. Infatti, l’assistenza fornita dal sindacato sottrae il lavoratore alla naturale condizione di soggezione nei confronti del datore di lavoro, facendo venire meno la possibilità per il dipendente di annullare la transazione o la rinuncia; se il sindacato è presente alla conciliazione, è onere del lavoratore provare che l’assistenza non sia stata effettiva. Ai fini della validità della transazione: deve risultare la comune volontà di comporre la controversia in atto; deve essere chiara la materia oggetto delle contrastanti pretese giuridiche delle parti. In presenza di tali elementi, il giudice deve solamente accettare la reale volontà negoziale delle parti, non essendo tenuto a valutare la congruità delle loro determinazioni rispetto alle reciproche concessioni, poiché la considerazione dei sacrifici e vantaggi derivanti dal contratto è rimessa all’autonomia delle parti stesse ed ha, quindi, carattere soggettivo. La transazione deve essere dichiarata nulla in presenza di un vizio invalidante del consenso, ravvisabile, ai sensi dell’art. 1435 c.c., nel caso in cui vi sia una minaccia specificamente diretta al fine di estorcere la dichiarazione negoziale, tale da incidere, con efficacia causale concreta, sulla libertà di autodeterminazione dell’autore della stessa.

08-07-2019 La malattia del lavoratore durante la trasferta all’estero

L’INPS ha pubblicato una guida per i lavoratori dipendenti in malattia che si trovano temporaneamente all’estero.  I lavoratori all’estero mantengono il diritto all’indennità di malattia erogata dall’INPS e dal datore di lavoro, ma debbono necessariamente svolgere tutti gli adempimenti richiesti dalla Legge, che consistono principalmente nell’ottenere un certificato dal medico o dall’entità locale abilitata a certificare gli stati di malattia e nella sua trasmissione all’INPS ed al datore di lavoro. Il certificato deve essere redatto in base alla normativa del paese ospitante, ma deve contenere tutti i dati richiesti dalla normativa italiana: intestazione dati anagrafici del lavoratore prognosi diagnosi di incapacità al lavoro indirizzo di reperibilità data di redazione timbro e firma   Il lavoratore sarà obbligato anche all’estero a rispettare le fasce di reperibilità previste dalla normativa italiana.   Paesi diversi, regole diverse Le regole da seguire variano in funzione del luogo ove si trova il lavoratore: paese UE / SEE /Svizzera  paesi convenzionati paesi non convenzionati I dettagli sono al link: https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/AllegatiNews/Guida_sulla_certificazione_malattia_estero.pdf L’INPS può avviare con gli istituti previdenziali degli altri paesi europei approfondimenti legati alla tutela della malattia, riconoscendo la validità delle certificazioni locali. Ad esempio per la certificazione della malattia intervenuta in Polonia l’unico modulo valido è il cosiddetto “ZUS-ZLA”, da trasmettere entro 2 gg all’INPS di competenza.

05-07-2019 Sicurezza dei lavoratori in trasferta nella UE

Datori di lavoro e lavoratori italiani conoscono bene il D.Lgs. 81/2008. Si tratta del testo Unico in materia  di  tutela  della  salute  e  della  sicurezza nei luoghi di lavoro. Le norme in esso raccolte recepiscono i contenuti di varie direttive emanate nel tempo dall’Unione Europea, che dettano i principi comuni da osservare nelle nazioni aderenti. Vorrei che ci fermassimo a riflettere per comprendere quanto è ampio il campo di applicazione di questo testo normativo, che non si limita a dettare le regole finalizzate ad evitare incidenti, infortuni e malattie connesse all’attività lavorativa, ma definisce la “salute:  stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”. Il Testo Unico vigente in Belgio definisce il complesso di norme come “Code du bien-être au travail”, termine che ancor di più sottolinea come la sicurezza e la salute sul luogo di lavoro siano da intendersi nel  loro senso più completo. Quanto sopra per evidenziare come, in ambito europeo ma non solo, sia data grande rilevanza al tema che  stiamo trattando e che l’invio di lavoratori oltre i nostri confini non può prescindere da un’attenta valutazione degli obblighi in materia.   Quali e quante tutele? I lavoratori devono godere di tutte le tutele garantite dalla Legge italiana, ma anche di quelle stabilite nello stato di invio, ove siano maggiormente restrittive e tutelanti. Sebbene le nazioni europee abbiano basato i codici in vigore sulle direttive dell’Unione, possono esistere significative differenze operative tra uno stato e l’altro. Ad esempio la Spagna, per l’effettuazione di taluni lavori ritenuti particolarmente pericolosi (connessi alla cantieristica ma non solo), richiede l’iscrizione al registro REA, che si ottiene solo presentando tutta la documentazione attestante il rispetto delle regole riguardanti la salute e sicurezza. E’ facile scoprire che le ore di formazione svolte in Italia non sono sufficienti ad assolvere gli obblighi locali o che parte della documentazione deve essere opportunamente implementata. In molte nazioni europee gli obblighi in materia di sicurezza richiedono la registrazione dei lavoratori presso l’ente competente, per ottenere il rilascio di apposito cartellino identificativo che dovranno indossare per poter essere ammessi ai luoghi di lavoro. Possiamo quindi sostenere che chi non è in regola con il D.lgs. 81/2008 in Italia certamente non è in regola nemmeno oltre i nostri confini, ma non è necessariamente vero il contrario: anche chi è perfettamente in regola si deve preventivamente documentare per poter porre in essere tutto quanto eventualmente previsto dalla nazione o dalla struttura ospitante.  LIA BERGAMO vi potrà offrire un check-up completo per verificare il corretto adempimento a quanto previsto dal D.Lgs. 81/2008 e darvi un’ottima base di partenza per adeguare quanto necessario alla trasferte oltreconfine.  

04-07-2019 La retribuzione minima per i lavoratori in trasferta UE/Svizzera

L’impresa che invia i lavoratori in trasferta nell’Unione Europea è obbligata a garantire al lavoratore un trattamento economico non inferiore a quello minimo previsto nella nazione di destinazione. L’obiettivo è quello di evitare il cosiddetto “dumping sociale”, l’immissione in un mercato di forza lavoro con costi notevolmente inferiori rispetto a quella nazionale. Di conseguenza l’elaborazione  del cedolino degli interessati non può prescindere dalla corretta individuazione della retribuzione per il periodo in cui si è svolta la trasferta. Se non ha effettuato uno studio di fattibilità prima di inviare il lavoratore in trasferta e in fase di acquisizione della commessa, il datore di lavoro può incontrare notevoli difficoltà: il preventivo lavori non teneva conto dei livelli retributivi più elevati di quelli nazionali, quindi si trova a sostenere maggiori costi e a non realizzare i margini attesi non sa come e dove reperire i dati necessari alla corretta determinazione della retribuzione supplementare da riconoscere    Alcuni stati, in modo particolare (ma non solo) quelli conosciuti come “neocomunitari”, quali ad esempio Romania,  Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, ecc., pongono minori problematiche.I trattamenti retributivi infatti sono in genere più bassi di quelli vigenti in Italia. Altre nazioni, come la Svizzera e le nazioni nordeuropee in generale, applicano retribuzioni molto elevate rispetto ai nostri standard. Le retribuzioni francesi e tedesche generalmente non sono un problema se i nostri dipendenti sono tecnici specializzati con retribuzioni che superano i minimi sindacali. Possono però diventarlo se in Italia il dipendente percepisce solo la paga base contrattuale.  

21-06-2019 Lavoratori stranieri in Italia – Nomina dei referenti

Abbiamo visto in uno dei precedenti articoli che anche l’Italia ha recepito, in modo piuttosto rigido, le direttive UE sul distacco transnazionale.  Ci vogliamo soffermare su due obblighi critici, che in caso di inadempimento sono soggetti a sanzione da € 3.600 ad € 7.200: la nomina di un referente che si interfacci con gli enti ispettivi italiani nei due anni successivi al distacco ed un rappresentante sindacale per il periodo del distacco. È evidente come l’autorità ispettiva italiana, in caso di verifica, non abbia i mezzi né la volontà (come peraltro non li hanno i corrispondenti enti esteri) di interfacciarsi con persone che non parlano l’italiano o comunque almeno l’inglese; è richiesta quindi la presenza di un referente che sia in grado di prestare assistenza durante le verifiche e che conservi la documentazione dei lavoratori distaccati, tradotta in italiano, per due anni.  Il legislatore italiano si preoccupa molto dei diritti sindacali dei lavoratori, perché impone anche la nomina di un referente con poteri di rappresentanza per trattare con le parti sociali, per tutta la durata del distacco.   I rischi per il committente Per l’impresa distaccante estera non è sempre agevole reperire queste figure di riferimento, così come non lo è per l’italiano che distacca i lavoratori nella UE. Consideriamo anche che, se il referente non è nominato, la sede dell’impresa distaccante si considera il luogo dove ha sede legale o risiede il destinatario della prestazione di servizi. Vale a dire che eventuali verifiche successive si svolgeranno presso la sede dell’impresa italiana committente. Per questa ragione TradeCube® ha creato il servizio di accompagnamento in Italia per le aziende che intendono distaccarvi i lavoratori, fornendo, tramite LIA Bergamo, la figura del referente che svolge anche le funzioni di rappresentante sindacale e saprà verificare se i trattamenti retributivi dei lavoratori distaccati in Italia sono conformi ai CCNL ed alla Legge Italiana. TradeCube® è anche in grado di svolgere tutte le attività e verifiche necessarie al distacco, compresa la presentazione della comunicazione telematica preventiva.

17-06-2019 Trovare clienti e vendere all’estero: internet aiuta ma…

Tante delle domande che i clienti italiani ci pongono quando affrontano il processo di internazionalizzazione riguardano la ricerca dei clienti, e l’utilizzo di internet a questo scopo.   Vendere all’estero, ma come? Molto spesso, il desiderio di approcciare clienti esteri da parte di PMI che hanno sempre venduto solo in Italia è mosso dall’idea che le aziende estere paghino sempre puntuali, fatto che non è sempre vero, come abbiamo già raccontato in passato. Altrettanto spesso, indagando e analizzando poi la struttura aziendale e lo storico commerciale delle PMI, noto che non sempre esiste un ufficio commerciale strutturato. Spesso, non c’è nemmeno una persona che si dedica al lavoro del commerciale. Si va avanti tramite il passaparola o con conoscenze dell’imprenditore  Tale metodo è però limitativo sulla lunga distanza e non c’è una vera soluzione che riesca a risolvere tutti i problemi.  Occorre avere perseveranza e costanzanella cura dei potenziali clienti che si desiderano acquisire. Pazienza e strategia.   Come approcciare il cliente? Iniziare a cercare su internet tutte le informazioni sui potenziali clienti è un buon primo passo. Ci sono molte banche dati e portali con elenchi di aziende e informazioni sui loro servizi o prodotti, e con l’aiuto di Google è anche possibile trovare realtà simili, concorrenti tra loro: non sarà difficile racimolare dei contatti.   E ora cosa faccio?  Inizia il difficile: si prende il telefono e si chiama per cercare di trovare il giusto interlocutore, saltando l’ostacolo della… centralinista. Un commerciale esperto saprà ottimizzare al meglio questa fase, per ridurre i passaggi. Inoltre avrà già esperienza di come sono strutturate le aziende straniere, sia esso il project manager o l’ufficio acquisti. Ma per le grandi multinazionali ed i gruppi, le cose si complicano, perché bisogno rispettare un iter per presentare la propria ditta e compilare moduli con performance e informazioni del prodotto e dell’azienda.   Oppure, prima di poter preparare una prima offerta, chiedono di firmare accordi di segretezza, perché si viene a conoscenza di disegni o informazioni che non devono assolutamente essere divulgati a terzi. In questi casi, l’acquisizione di un nuovo cliente può durare più tempo rispetto il previsto, in particolare se manca l’esperienza e la struttura necessarie.   Temporary Export Manager Una soluzione è quella di scegliere, per affrontare le prime esperienze di questo tipo e affiancare l’impresa, è quella di affidarsi ad un Temporary Export Manager, figura di cui abbiamo parlato su TradeCube e che offriamo a condizioni particolarmente favorevoli.

14-06-2019 Rimborso dell’IVA pagata nella UE

Molti operatori nazionali ricevono fatture da operatori UE con l’addebito dell’IVA vigente sul luogo, per le più svariate ragioni. Potrebbe essere il caso, a puro titolo esemplificativo, di: Acquisti di beni territorialmente rilevanti nello Stato estero Acquisti di beni che non sono usciti dal territorio dello Stato (es. particolari ipotesi di operazioni triangolari, oppure beni acquistati per la prestazione di un servizio in loco); Acquisti di beni che si considerano “consumati” nello Stato estero (ad es. carburanti).   Acquisti di servizi territorialmente rilevanti nello Stato estero (diversi da quelli generici) Servizi sui beni immobili per immobili che si trovano nello Stato estero; Servizi di ristorazione e catering usufruiti nello Stato estero; Servizi per l’accesso a una manifestazione culturale, a una fiera, un convegno, ecc… Noleggi a breve termine di mezzi di trasporto; Servizi di trasporto di persone avvenuto nello Stato estero.   A volte l’IVA pagata viene portata direttamente a costo ed in un anno solare può raggiungere cifre di tutto rispetto, specialmente per chi si reca spesso nella UE per svolgere attività commerciale o tecnica.   Si può chiedere il rimborso se… Non tutti sanno che è possibile chiedere il rimborso dell’IVA all’amministrazione finanziaria della nazione interessata, attraverso il canale telematico dell’Agenzia delle Entrate (fiscoonline o entratel), in proprio o tramite un intermediario. Il rimborso segue le regole della detraibilità IVA vigenti nell’altro stato UE, quindi ci potrebbero essere (ma non è una regola) delle limitazioni, in particolare sulle spese relative ai veicoli, sui carburanti e sulle spese di vitto ed alloggio, analogamente a quanto previsto in Italia.  E’ inoltre molto importante documentare l’inerenza delle spese all’attività d’impresa: le spese sostenute devono essere coerenti con l’attività svolta dall’operatore italiano e, in particolare per le spese di vitto e alloggio, devono essere poste in essere le formalità previste per l’invio dei lavoratori in trasferta nella UE, di cui abbiamo già parlato: https://www.sportellolia.it/news/33 . Il termine per chiedere a rimborso l’IVA pagata nella UE nel 2018 scade il 30/09/2019. C’è ancora tempo ma meglio prepararsi e non aspettare gli ultimi giorni! Naturalmente TradeCube offre questo servizio sia per quanto riguarda la presentazione della domanda di rimborso telematica che la relativa consulenza.

02-05-2019 Differenza tra distacco e trasferta dei lavoratori

Dobbiamo inviare uno o più lavoratori oltreconfine a svolgere delle prestazioni per un nostro cliente. Che si tratti di manutenzioni, installazione di impianti, posa di vetrate o addobbi floreali poco importa. Abbiamo sentito dire che esistono obblighi molto precisi e pesantemente sanzionati a carico delle imprese che distaccano  i propri dipendenti fuori dall’Italia, in particolare nell’Unione Europea. Ci siamo documentati: su TradeCube abbiamo trovato varie informazioni utili, scoprendo che il distacco transnazionale impone vari adempimenti amministrativi che debbono essere svolti in anticipo rispetto alla partenza, oltre al rispetto delle norme vigenti nello stato di destinazione, in particolare per quanto riguarda la retribuzione da riconoscere ai lavoratori. Siamo sicuri di dover veramente sottostare a questi obblighi? Approfondiamo ulteriormente: esistono ben tre direttive UE (di cui una in attesa di recepimento) e vari siti internet istituzionali, come quello del MISE che individuano chiaramente le procedure da seguire, perché la normativa vale anche per i lavoratori alle dipendenze di imprese straniere che prestano la propria opera in Italia. In realtà non ci riconosciamo in quello che leggiamo, perchè noi non stiamo distaccando i lavoratori, ma li stiamo solo inviando in trasferta per qualche giorno! Il doppio concetto di distacco/trasferta esiste solo per il diritto italiano… Le imprese, l’amministrazione finanziaria italiana ed i CCNL italiani più rappresentativi qualificano da sempre l’invio temporaneo di lavoratori all’estero, per svolgere uno specifico servizio, come “trasferta”,ovveromutamento temporaneo del luogo della prestazione lavorativa con previsione certa di rientro nella sede di lavoro originaria. I CCNL possono prevedere uno o più di questi obblighi: Ilrimborso integrale delle spese di viaggio, vitto e alloggio Un’indennità forfettaria di trasferta (che potrà essere totalmente o parzialmente esente da imposte e contributi) Unamaggiorazione della paga oraria o un bonus giornaliero In Italia esiste una sola normativa che riguarda il “distacco”, ed è quella prevista Legge Biagi (D.Lgs. 276/03), che non ha nulla a che vedere con il tema che trattiamo. Il distacco, ai sensi dell’art. 30 della Legge Biagi, consiste in un provvedimento organizzativo con il quale il datore di lavoro pone temporaneamente uno o più lavoratori a disposizione di altro soggetto per l’esecuzione di una determinata attività lavorativa. A livello internazionale, distacco e trasferta sono la stessa cosa, con gli stessi obblighi… Possiamo quindi concludere che il “distacco”, come previsto dalla Legge Biagi, è una normativa tipicamente e unicamente italiana, applicabile in Italia, e non ha nulla a che vedere con il “distacco transnazionale” che è sinonimo di “trasferta”. Di conseguenza, se dobbiamo inviare un lavoratore oltre confine anche per un solo giorno, dobbiamo prevedere delle operazioni di Due Diligence per assicurarci di adempiere correttamente sia agli obblighi amministrativi/burocratici che a quelli relativi al trattamento economico ed alla tutela del lavoratore.

24-04-2019 Esportazione, quando l’ignoranza di uno è un rischio per tutti

Siamo esportatori, quindi l’ufficio acquisti non è affatto interessato agli aspetti doganali e fiscali ed è meglio che si concentri sul suo lavoro E’ una delle risposte che spesso otteniamo dalle aziende quando invitiamo a partecipare alla formazione non solo gli impiegati amministrativi e commerciali, ma i referenti di tutte le aree aziendali. Il motivo che ci spinge è che, se alcune aree aziendali sono estranee ad un processo così pervasivo come l’esportazione, si rischia di andare incontro a rischi. Tutti devono ricordare che spesso le caratteristiche migliori non sono solo quelle fisiche, chimiche, elettriche, estetiche e quant’altro, ma l’origine e l’esportabilità. E’ vero che ogni area ha le sue specifiche specializzazioni e competenze, sulle quali si deve concentrare, formare ed aggiornare. Ci sono però degli aspetti trasversali fondamentali che: Devono fare da collante e lubrificante tra i flussi di informazioni dei vari settori Devono far sì che i processi aziendali siano fluidi e non gestiti a “compartimenti stagni” In realtà ciò che viene esportato deve essere necessariamente prodotto e/o acquistato; ogni prodotto acquistato per essere rivenduto o utilizzato nel processo produttivo deve avere  determinate caratteristiche merceologiche ed un buon rapporto qualità prezzo, ma porta con sé una “dote” intangibile che spesso passa inosservata finchè non interviene un’ispezione delle autorità competenti. L’ispezione può avvenire in azienda ma anche in dogana e quindi comportare, oltre alle possibili sanzioni anche penali, il blocco della merce per un tempo indeterminato o addirittura la sua confisca. E’ per questa ragione che l’ufficio acquisti deve essere formato sulle tematiche che riguardano gli aspetti legati all’export control, all’IVA, alle dogane, ecc.  Spesso le caratteristiche migliori non sono solo quelle materiali, ma quelle immateriali come origine ed esportabilità. Insomma, il prodotto perfetto a un prezzo competitivo, acquistato da un fornitore che ci concede una dilazione di pagamento estrema, con i termini di consegna ideali… ecco, è possibile che quel prodotto in Egitto, o in Iran, o negli Stati Uniti, o in Cile o ovunque lo voglia il vostro cliente, non ce lo possiate mandare proprio per niente…

19 aprile 2019 Soddisfazione da LIA Bergamo per i nuovi contributi Edilcassa

  Un accordo che tutela e garantisce tutte le parti, introducendo contributi per imprese e lavoratori, con un'attenzione particolare ad un'eccellenza edilizia della provincia di Bergamo, quella artigiana.   LIA Bergamo è orgogliosa di aver contribuito ad un risultato importante, in grado di aiutare concretamente tutti gli attori coinvolti, in ossequio alla natura bilaterale di un ente votato al benessere e alla competitività dell'intero comparto edile. Per le imprese, i contributi riguardano l'innovazione e la digitalizzazione, l'acquisto di beni strumentali e non solo. Per i lavoratori sono previsti contributi al conseguimento delle qualifiche, per l'acquisto della prima casa, o ancora per l'assistenza fiscale.   Dopo aver scommesso sulla bilateralità come strumento fondamentale per sostenere il settore in un momento difficile, con lo stanziamento di 800.000 euro, è arrivata anche la definizione degli ambiti d'intervento. Particolare attenzione è stata posta sull'innovazione tecnica e tecnologica con l'intento di innescare un circolo virtuoso che aiuti le aziende a rafforzarsi nell'ottica di un futuro sempre più prossimo.   Nel dettaglio, l'accordo finale prevede: Contributi alle imprese per l'innovazione digitale e per gli investimenti in beni strumentali Premi per le imprese che aderiscono al servizio di sorveglianza sanitaria Premi all'impresa e ai lavoratori in occasione del conseguimento della qualifica da parte dell'apprendista Premi una tantum per fedeltà iscrizione alla Edilcassa Contributi per la stipula di mutui ipotecari per acquisto, ristrutturazione e costruzione della prima casa Contributi per spesa assistenza fiscale del CAAF nella compilazione del 730/2019   Oltre ad essere un passo avanti per tutto il settore, l'accordo finalizza gli sforzi portati avanti dalle parti sociali sotto la guida del Presidente Angelo Marchesi, e il completamento di un percorso nel segno dei valori dell'impresa artigiana che lo vedrà ora concentrarsi sul ruolo di Presidente della Categoria Edilizia di LIA.   Per informazioni e dettagli sui contenuti dell'accordo, è possibile contattare ilaria.lecchi@liabergamo.org

17-04-2019 L’Agenzia delle Entrate lancia “Info Brexit”

Si chiama “Info Brexit” e fornisce risposte ai quesiti dei cittadini, residenti e non residenti, sui risvolti fiscali derivanti dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il punto di assistenza dedicato, costituito nell’ambito del settore Internazionale della divisione Contribuenti, è stato istituito con provvedimento del 10 aprile 2019.Con lo stesso provvedimento, inoltre, è stata disposta la creazione di una casella di posta elettronica ad hoc infobrexit@agenziaentrate.it, attraverso la quale gli interessati potranno inoltrare le proprie domande al nuovo punto di assistenza. Domande, si legge nel documento, che non saranno trattate come interpelli e che, quindi, non seguiranno lo stesso iter di questi ultimi. Il tutto nasce, come noto, in seguito al referendum del 23 giugno 2016, il cui risultato ha fatto sì che dal 29 marzo 2017 il governo del Regno Unito attivasse il meccanismo di ritiro previsto dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea. Un’uscita difficile, che ha portato la Commissione Ue a diramare un alert nei confronti di tutti gli stakeholder, per arrivare preparati alle possibili conseguenze della Brexit, anche nel caso di no deal, ossia di ritiro senza alcun accordo di recesso. “Info Brexit” scioglierà i dubbi sull’applicazione di norme e regolamenti in materia di imposte dirette e indirette di competenza dell’Agenzia delle entrate. Articolo apparso su FiscoOggi.it, magazine dell’Agenzia delle Entrate

11-04-2019 Lavoratori stranieri in Italia, aumentano le sanzioni

Ci siamo occupati in passato di vari temi che riguardano il distacco dei lavoratori italiani oltreconfine, in particolare con alcuni dei nostri precedenti articoli: Libera circolazione non significa Far West La malattia dei lavoratori all’estero Sicurezza dei lavoratori in trasferta nella UE Retribuzione minima dei lavoratori in trasferta nella UE Ma non tutti sanno che anche l’Italia ha recepito a sua volta le direttive UE e, dobbiamo dire, in modo piuttosto rigido. Il tema è sempre lo stesso: impedire che vengano distaccati in Italia lavoratori stranieri provenienti da nazioni con standard sociali meno elevati perchè vengano sfruttati allo scopo di attuare politiche di concorrenza sleale. Difesa dei lavoratori italiani dalla concorrenza sleale I lavoratori provenienti da uno stato UE o extracomunitario, anche per una breve trasferta, devono beneficiare delle medesime condizioni di lavoro previste per i lavoratori italiani: il datore di lavoro estero o comunitario deve quindi rispettare tra l’altro i nostri minimi retributivi, i compensi per il lavoro straordinario, la durata minima delle ferie, la normativa sull’orario di lavoro e quella sulla sicurezza, con rare eccezioni. In aggiunta a questo i lavoratori alle dipendenze di un datore di lavoro non residente che vengono a prestare la propria opera in Italia devono essere oggetto di notifica preventiva al Ministero del Lavoro. Il fatto che il modello si chiami “UNI_distacco_UE” non deve trarre in inganno: è obbligatorio presentarlo per tutti i lavoratori, anche se provenienti da una nazione extraUE. Questa normativa riguarda tutte le imprese italiane, comprese quelle che non hanno l’obiettivo di mettere in atto comportamenti sleali. L’obbligo può riguardare, ad esempio, un’industria che acquista dei macchinari da un fornitore non residente, il quale invia in Italia i propri tecnici e/o montatori ad effettuarne l’installazione o la manutenzione; in questo caso il committente italiano è responsabile in solido con l’impresa non residente per il trattamento dei lavoratori ed è quindi indispensabile accertarsi che questa sia adempiente. L’unica eccezione riguarda il trattamento retributivo e le ferie (ma non gli altri adempimenti) per i lavoratori qualificati o specializzati non appartenenti al settore edile che vengono in Italia, per un periodo massimo di otto giorni, allo scopo di installare ed assemblare un bene. Quali sono le sanzioni? La Legge 145/2018 (Legge di Bilancio 2019) ha previsto un incremento a regime del 20% delle sanzioni in materia di lavoro, tra le quali proprio quelle relative al distacco transnazionale dei lavoratori: questo incremento segue il recente raddoppio delle sanzioni previsto dalla normativa francese ed impone la massima attenzione. La normativa italiana prevede tre differenti sanzioni, applicabili autonomamente, che dopo l’aumento vanno dai 600,00 € di sanzione massima per ogni lavoratore non notificato ai 7.200,00 € di sanzione massima per la mancata nomina dei referenti/rappresentanti in Italia. Segnaliamo anche che le sanzioni sono raddoppiate in caso di analoghe infrazioni sanzionate nell’ultimo triennio.

05-04-2019 Esterometro: le modalità

Lo spesometro transfrontaliero, meglio conosciuto come “esterometro”, è la nuovacomunicazione da inviare all’Agenzia delle Entrate, contenente i dati relativi alle operazioni (sia attive che passive) intercorse tra soggetti passivi stabiliti nel territorio italiano e soggetti esteri, siano essi U.E. o extra U.E., a fronte dell’entrata in vigore dell’obbligo della fatturazione elettronicadal 01.01.2019. L’obbligo è stato introdotto con lo scopo di mettere a disposizione dell’Agenzia delle Entrate leinformazioni relative alle operazioni attive e passive effettuate con l’estero. La comunicazionedeve essere trasmessa nel caso in cui le operazioni non siano documentate con fattureelettroniche ovvero con bollette doganali, in quanto l’utilizzo di quest’ultimi canali permette all’Agenzia delle Entrate di avere a disposizione i dati di tali operazioni attraverso il Sdi. Le modalità: L’obbligo di invio dell’esterometro riguarda tutti i soggetti passivi d’imposta stabiliti nel territorio dello Stato per le operazioni rese o ricevute da soggetti non stabiliti in Italia. La trasmissione avrà cadenza mensile e dovrà essere effettuata entro l’ultimo giorno del mese successivo: alla data di emissione, per le fatture emesse (attive); alla data di ricezione, per le fatture ricevute (passive). In caso di omessa o errata trasmissione dei dati relativi alle operazioni transfrontaliere, è prevista l’applicazione di una sanzione amministrativa nella misura di € 2 per ogni fattura (con un limitemassimo di € 1.000 per trimestre). È prevista una riduzione, pari alla metà della sanzione, applicabile anche al limite massimo per trimestre, se la regolarizzazione della violazione viene effettuata entro 15 gg. dalla scadenza del termine della trasmissione (€ 1 per ogni fattura, con un limite massimo di € 500). Gli elenchi intrastat, riferiti alle cessioni e agli acquisti intracomunitari di beni e servizi, dovranno continuare ad essere trasmessi anche successivamente al 1.01.2019. L’obbligo di trasmissionedegli elenchi Intrastat non è stato eliminato, in quanto il sistema di fatturazione elettronica rimane comunque carente dei dati statistici ISTAT forniti attraverso gli elenchi intrastat. I dati riferiti alle operazioni attive effettuate nei confronti di controparti non residenti possonoessere esclusi dall’esterometro se si sceglie di trasmettere la fattura estera al Sistema di Interscambio. In altri termini, il cedente/prestatore continua ad emettere la fattura in formato cartaceo nei confronti del proprio cliente estero ma assolve l’obbligo comunicativo trasmettendo al SdI una copia della fattura estera in formato elettronico – formato xml.

28-03-2019 Distacco transnazionale trasferte: l’orario di lavoro

Abbiamo già visto nel precedente articolo sul tema come, in occasione di trasferte all’estero, si presenti spesso la necessità di una prestazione lavorativa molto intensa, che potrebbe confliggere con le normative vigenti dello stato estero o internazionali. Ciò che le aziende non sanno è che anche chi rispetta scrupolosamente la normativa sull’orario di lavoro vigente in Italia, potrebbe non essere in regola altrove e quindi commettere infrazioni involontarie: da qui la necessità di un’attenta programmazione della trasferta, che tenga conto delle regole vigenti nello stato di destinazione. Esaminando le normative dei paesi UE e della Svizzera troviamo differenze come: il riposo giornaliero, individuato dalla direttiva UE e dalla normativa italiana in almeno 11 ore consecutive, in alcune nazioni è di 12 ore;  il lavoro domenicale, che in Italia è consentito in moltissime situazioni, in alcune nazioni è tassativamente vietato salvo poche eccezioni o soggetto ad autorizzazione preventiva;  il riposo settimanale in Italia può essere fruito in un arco di 14 giorni, mentre in altre nazioni deve essere di fatto fruito settimanalmente; le cause di forza maggiore che in Italia giustificano il ricorso al lavoro straordinario potrebbero non essere le medesime vigenti oltreconfine. Applicando con attenzione le regole vigenti in Italia è possibile ad esempio effettuare una trasferta di 9 giorni lavorativi consecutivi compreso il fine settimana, prevedendo adeguati riposi compensativi e le maggiorazioni previste dai CCNL, contenendo nel contempo il numero di giornate che il lavoratore deve passare oltreconfine. Questa configurazione potrebbe non essere conforme alle normative del paese di destinazione e comportare di conseguenza l’applicazione di sanzioni. Come già si sottolineava nel precedente articolo i verificatori esteri potranno facilmente rilevare l’irregolarità commessa per due ragioni: nella maggior parte dei casi deve essere tenuto un registro delle presenze aggiornato in tempo reale; in altrettanti casi l’effettuazione di una trasferta all’estero richiede la presentazione di una notifica all’ente competente, che quindi saprà precisamente chi, dove, quando e per quanto tempo lavorerà sul suo territorio. Ciò rende molto facile agli enti preposti individuare eventuali situazioni di rischio e predisporre le verifiche che ritengono opportune.

26-03-2019 La Triangolazione Anomala comporta il pagamento IVA

Spesso l’esportatore si trova di fronte ad operazioni di triangolazione, vale a dire vendite che prevedono la consegna dei beni ad un soggetto diverso dal cliente con il quale intrattiene il rapporto economico. A volte l’operazione nasce come triangolare, in quanto già in fase di ordine è prevista la consegna ad un soggetto diverso, altre volte il cambio del destinatario avviene in corso d’opera in tempistiche a volte incompatibili con la corretta configurazione dell’operazione. Molti esportatori hanno come clienti grandi gruppi internazionali, con un forte potere contrattuale, che a volte decidono solo in prossimità della consegna chi sono i soggetti coinvolti. Se la triangolazione coinvolge almeno un soggetto non italiano dobbiamo prestare molta attenzione; se i soggetti non residenti sono due dobbiamo individuare la cosiddetta “triangolazione anomala”.  Anche se il nostro cliente è un soggetto estero la triangolazione potrebbe essere assoggettata ad IVA. L’esportatore, o colui che effettua cessioni intracomunitarie, si aspetta di non dovere mai addebitare l’IVA italiana al suo cliente non residente, che difficilmente sarebbe disposto a pagarla, in modo particolare se questo non è stato preliminarmente concordato.  E’ necessario saper individuare al volo le situazioni anomale Ipotizziamo ad esempio  che il nostro cliente USA, per il quale stiamo ultimando una commessa, ci chieda di spedire il carico direttamente in Spagna. Apparentemente non ci sono problemi, ma se approfondiamo la questione ci rendiamo conto che dovremo emettere fattura al nostro cliente USA addebitando l’IVA al 22%. Per quale ragione ci troviamo ad addebitare l’IVA ad un soggetto estero? Perché l’italiano non diventi debitore di IVA nei confronti dell’amministrazione finanziaria, è necessario che ponga in essere una di queste due operazioni: esportazione art. 8) DPR 633/72: perché si realizzi i beni devono lasciare il territorio della UE ed è necessario acquisirne prova documentale (MRN di uscita conclusa). cessione intracomunitaria art. 41 DL 331/93: perché esista sono necessarie tre condizioni: gli operatori economici devono essere identificati in due diverse nazioni della UE i beni devono fisicamente transitare tra due diverse nazioni UE deve avvenire il passaggio di proprietà dei beni a titolo oneroso In questo caso i beni transitano tra due diversi stati UE (Italia e Spagna), quindi non è un’esportazione, avviene il passaggio di proprietà dei beni a titolo oneroso (il cliente USA ci paga), ma gli operatori economici non sono identificati in due diverse nazioni UE, perché noi siamo italiani ed il cliente è statunitense. L’operazione non è né un’esportazione né una cessione intracomunitariae di conseguenza è soggetta ad IVA. Che fare in questi casi? Molto spesso il problema si risolve da solo perché il cliente extracomunitario, soprattutto se fa parte di un gruppo internazionale e/o è un’azienda che spesso commercia con l’Unione Europea, è identificato ai fini IVA in uno stato appartenente alla UE. Di conseguenza l’operazione si riduce ad una triangolazione con l’intervento di due soggetti comunitari: è necessario chiedere la partita IVA UE al nostro cliente estero. È evidente l’importanza di configurare l’operazione correttamente a monte. Quindi già in fase di offerta è indispensabile chiedere: Chi acquista i beni? Chi paga? Dove devono essere consegnati? È anche raccomandabile prevedere delle clausole di salvaguardianel contratto o nella documentazione commerciale, atte ad ottenere il rimborso dell’IVA da parte del soggetto extracomunitario qualora i requisiti per la non imponibilità non si realizzino Conoscere bene l’attività del cliente aiuta a prevenire questo tipo di situazioni e ad individuare le possibili criticità. Che cosa fa il cliente con i nostri prodotti? Li rivende? Li utilizza per la sua produzione? Ha sedi in varie nazioni? 

20-03-2019 Corso Fatturazione Elettronica/Esterometro, smontiamo le paure!

Si arricchisce con un corso su fatturazione elettronica ed esterometro l’offerta formativa di TradeCube. Dopo il successo del primo corso sull’internazionalizzazione, abbiamo deciso di affrontare, insieme, due temi “caldi” come la fatturazione elettronica e l’esterometro, per “disinnescare” le paure relative a queste novità. Siamo convinti che, con la corretta informazione e le basi normative necessarie, sia possibile affrontare ed implementare queste tematiche in maniera non traumatica!   Fatturazione Elettronica ed Esterometro, il corso Si tratta di tematiche nuove, che suscitano tanti dubbi negli addetti ai lavori. Molti di questi dubbi e di queste difficoltà sono però dovuti al fatto che gli addetti ai lavori spesso non conoscono perfettamente la normativa di base o non sono rimasti aggiornati. Molti operatori non si rendono conto che sono cambiati gli strumenti ma gli obblighi sono rimasti sostanzialmente invariati, solo che, per esigenze informatiche, si trovano a compilare vari campi o affrontare varie questioni che parlano di “stabile organizzazione”, “non residenti o non stabiliti”, “data di esigibilità” e hanno difficoltà a comprenderne appieno le implicazioni ed i significati. Ad esempio, fino all’anno scorso era prassi (non corretta ma molto diffusa) definire le operazioni effettuate senza l’addebito dell’IVA come “esenti”, indipendentemente dalla tipologia delle stesse.Ora la fatturazione elettronica ci obbliga a distinguere le operazioni esenti, da quelle escluse a quelle non imponibili e questo crea una grande confusione se manca la conoscenza della normativa di base. Questi argomenti possono essere sviluppati in un percorso formativo della durata dalle 4 alle 16 ore. Modulo 1 – Corso di 4 ore con cenni molto veloci su tutti gli argomenti Percorsi di durata superiore: approfondimento di più temi tra quelli elencati. L’evento formativo potrà essere seguito da mezza giornata (o più se necessario) di affiancamento in azienda per l’applicazione pratica di quanto illustrato al seminario.   Argomenti trattati Chi sono i soggetti passivi IVA e quali sono i requisiti di base per l’applicazione dell’IVA Come identificare l’azienda. Codice Ateco e sua rilevanza nei vari ambiti Come identificare il cliente: residente, non residente, identificato, stabile organizzazione, consumatore finale, ecc. Importanza della codifica e della compilazione dell’anagrafica Differenza tra cessione di beni e prestazione di servizi Esigibilità IVA e data di esigibilità Differenze tra operazione esclusa, esente, non imponibile, non soggetta, ecc. Il bollo su fattura Termini di fatturazione in caso di operazione Italia, estero e UE La nota di credito Differenza tra fatturato, ricavi e volume d’affari Momento di rilevanza delle operazioni ai fini contabili e di bilancio Differenze tra momento di esigibilità IVA e rilevanza economica Trattamento contabile e fiscale dei beni in viaggio  

18-03-2019 Lavoro in trasferta all’estero, le problematiche “temporali”

In caso di trasferta all’estero in molti casi il datore di lavoro ed i lavoratori hanno un desiderio comune: che termini nel più breve tempo possibile. Per l’impresa inviare i lavoratori all’estero significa, ad esempio: non averli a disposizione per necessità che si dovessero verificare in sede;  sostenere spese di viaggio e di vitto/alloggio, anche per i giorni di riposo, che a volte non vengono riconosciute dal cliente;  organizzare e monitorare la permanenza all’estero in modo adeguato gestendo eventuali imprevisti; sostenere costi aggiuntivi se il trattamento economico dei lavoratori deve essere parametrato  a quello vigente in loco o comunque per garantire loro le condizioni di sicurezza Per il lavoratore la trasferta significa talvolta essere in un luogo dove: non si trova a proprio agio per mille ragioni (dal clima, all’alimentazione, alla diversa cultura e lingua); non ha alcuna possibilità di svago dopo il lavoro; gli standard qualitativi dell’accoglienza lasciano molto a desiderare; si trova comunque lontano dalla sua famiglia e dai suoi interessi. Rispettare le norme italiane non basta Ad esempio, accade anche che, nell’esecuzione dei servizi in trasferta si verifichino problemi operativi, interruzioni ed inconvenienti che fanno perdere ore di lavoro. L’aereo per il ritorno è però già prenotato… ed un prolungamento della trasferta avrebbe costi sproporzionati. Qual è la conseguenza di tutto questo? A volte il mancato rispetto della normativa in materia di orario di lavoro, in particolare di quella riguardante gli straordinari ed i riposi giornalieri e settimanali. Ciò che le aziende non sanno è che anche chi rispetta scrupolosamente la normativa sull’orario di lavoro vigente in Italia, potrebbe non essere in regola altrove e quindi commettere infrazioni involontarie. Da qui la necessità di un’attenta programmazione della trasferta, che tenga conto delle regole vigenti nello stato di destinazione. Mentre in Italia la rilevazione delle presenze può essere effettuata con modalità libere e comunque informali (il calendario viene ufficializzato  solo con la stampa del libro unico del lavoro, quindi a posteriori), generalmente all’estero è obbligatoria la tenuta di un registro da aggiornare in tempo reale in modo molto dettagliato, con l’ora di inizio e fine di ogni prestazione. E’ quindi facile per le autorità ispettive rilevare e sanzionare le infrazioni.

12-12-2018 Lavoratori all’estero in trasferta: libera circolazione non significa far west

Leggende Metropolitane: “Nell’Unione Europea vige la libertà di circolazione di persone e merci, quindi posso inviare i miei lavoratori all’estero in trasferta liberamente, dove mi pare, senza alcun tipo di adempimento” L’avvento del mercato unico ha permesso di fatto la libera circolazione delle persone e delle merci, ma ogni stato coinvolto ha conservato i propri standard sociali. E’ diventata frequente la pratica di impiegare lavoratori a basso costo in nazioni dove il costo del lavoro è nettamente più elevato, di fatto sfruttando i lavoratori e praticando concorrenza sleale all’interno dei mercati. Vengono quindi pubblicate due direttive UE, la 96/71/EC del 16/12/1996 e la 2014/67/EU del 15/05/2014 che hanno lo scopo principale di tutelare i lavoratori e la concorrenza, contrastando gli appalti illeciti ed evitando il cosiddetto “dumping sociale“. Genesi di una leggenda metropolitana Ma come è possibile, se la normativa risale a oltre 20 anni fa, che questa leggenda metropolitana sia così radicata? Che ci crediate o meno, è una questione di terminologia. Ricostruiamo l’equivoco: la direttiva è relativa al “distacco transnazionale dei lavoratori”; in Italia il termine ͞distacco ͟è storicamente riferito alle previsioni della Legge Biagi (D.Lgs. 276/03), che non ha nulla a che vedere con il tema che trattiamo. Il distacco, infatti, ai sensi dell’art. 30 della Legge Biagi, consiste in un provvedimento organizzativo con il quale il datore di lavoro, per soddisfare un proprio interesse, pone temporaneamente uno o più lavoratori a disposizione di altro soggetto per l’esecuzione di una determinata attività lavorativa, pur mantenendoli alle proprie dipendenze. Peraltro, perché il distacco sia lecito, è necessario che soddisfi delle condizioni tassative sulle quali qui non ci soffermiamo. Le imprese, l’amministrazione finanziaria italiana ed i CCNL italiani più rappresentativi qualificano da sempre l’invio temporaneo di lavoratori all’estero, per svolgere uno specifico servizio, come trasferta, ovvero un mutamento temporaneo del luogo della prestazione lavorativa con previsione certa di rientro nella sede di lavoro originaria.